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		<title>Una serra in movimento per piante tintorie</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2016 11:22:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratrice_Sz]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[progetti]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/img_progetti/progetti_88.jpg">]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il pensiero nasce dal desiderio di far avvicinare il mondo agricolo a quello industriale della lana, il lavoro manuale a quello intellettuale: un legame inscindibile che ha contraddistinto il territorio biellese nel tempo. Nel 2014 la serra ha preso corpo a La Malpenga, nella collina di Vigliano biellese: un luogo pedemontano meraviglioso, ricco di memorie industriali e paesaggistiche, che tiene insieme l’architettura eclettica dei costruttori della Valle Cervo con il sapere dei fratelli Roda, illustri paesaggisti.<br />
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<p>Il progetto della serra origina dal dialogo con esperti di diverse discipline, botanici, tintori, falegnami, esperti di energie rinnovabili. Il percorso costruttivo, sorta di laboratorio aperto a collaborazioni di persone anche non addette ai lavori, alunni e studenti delle scuole locali, è parte integrante dell&#8217;iniziativa e fa proprie le discrete <em>imperfezioni</em>. Nella serra i pannelli fotovoltaici si mischiano al policarbonato e il legno di abete ai materiali di riciclo.<br />
Nel tempo, approdando nell’autunno 2014 anche nel prato del Castello di Masino, <em>una  serra in movimento per&#8230;</em> ha accolto piante tessili &#8211; dalle quali è possibile ottenere fibre organiche per la produzione di capi di abbigliamento &#8211; e piante tintorie, utili per la tintura naturale di tessuti, capi e cappelli.<br />
Nel 2016, nel bosco de La Malpenga, la serra ha intensificato il dialogo con il paesaggio circostante, attraverso il confronto con assi antichi e giaciture moderne, geometrie ed esposizione solare, figure antiche e materiali innovativi. Lo scheletro portante è sempre di legno, il tamponamento è lievemente cambiato, opaco, di tavole di abete, in parte grezze, con la costa “cortecciata”, per incrementare la <em>mimesis</em> con gli abeti circostanti. Il rapporto esterno-interno, con la trasparenza del volume, assume un valore centrale: si percepire da lontano ciò che nella serra accade e al tempo stesso si apprezza il contesto dall&#8217;interno.<br />
Se una <em>serra in movimento per piante tintorie</em> è necessariamente un progetto simbolico e a piccola scala, esso si propone come un attivatore di riflessioni e pratiche che concorrono alla rigenerazione dell&#8217;ambiente e della comunità. Porta naturalmente con sé la cultura del territorio e, coerentemente con la sua storia, potrebbe ospitare attività connesse allo sviluppo sostenibile che ruota attorno ai temi del saper fare.<br />
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		<title>Fai una serra per&#8230; orto tintorio</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Oct 2014 10:12:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratrice_Sz]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[progetti]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/img_progetti/progetti_81.jpg">]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Fai una serra! rappresenta un&#8217;intenzione: concorrere all&#8217;iniziativa <em>Gli orti de La Malpenga</em>, meravigliosa architettura dell&#8217;eclettismo, con un progetto che riguarda la valorizzazione del territorio. Ogni territorio ha la sua specificità: a Biella si è manifestata, almeno negli ultimi 150 anni, nell&#8217;intreccio armonico e talvolta violento tra natura e industria, tra terra e telai. Per questo l&#8217;intenzione è far dialogare la cura dell&#8217;orto e la vocazione industriale attraverso il progetto e l&#8217;auto-costruzione di una serra ecologica e auto-sostenibile che contiene piantine da impiegare per la tintura naturale.<br />
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<p>Idea. Il progetto, redatto con Francesco Carpano e Francesca Chiorino, è aperto e fluido, parte dal basso e dal dia-logo. Si è ispirato liberamente alla serre piemontesi, dalla real serra di Carlo Sada alle “minori”. Si è suggestionato attraverso la partecipazione autentica dei diversi attori coinvolti, dall&#8217;agronomo al contadino, dal Laboratorio di Falegnameria Gardiman a V-Energy, da Claudio Lanza a Stefano e Sissi. La serra prende corpo con materiali per lo più di riciclo, pallet e legno di abete, pannelli di policarbonato e fotovoltaici, provenienti dal mondo industriale biellese e dai fornitori locali; è assemblata dagli studenti dell&#8217;Istituto di Istruzione Superiore R. Vaglio, con la collaborazione di Damiano Gardiman e dei progettisti; utilizza il sole e l&#8217;acqua per auto-sostenersi, per alimentare l&#8217;impianto di irrigazione, l&#8217;illuminazione, il possibile riscaldamento; ha superficie di circa 20 metri quadrati. La serra si smonterà facilmente per essere assemblata in altri luoghi. Qui è fotografata, da Riccardo Poma, nel giardino de La Malpenga di Vigliano biellese.<br />
Obiettivo. Educare giovani e anziani alla cultura dell&#8217;auto-sostenibilità e alla cura del paesaggio. Se gli orti urbani stanno ormai modificando felicemente le abitudini delle nostre <em>comunità</em>, le pratiche connesse agli orti tintori potrebbero innescare nuove iniziative giovanili volte alla ri-generazione del mondo industriale, al ritorno stabile e duraturo alla campagna e alla creazione di solide opportunità di sviluppo.<br />
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		<title>Casa in pianura II</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jan 2014 10:30:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore_nicola]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[cantieri]]></category>

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		<description><![CDATA[<img class="alignleft" src="/img_cantieri/a_cantiere3.jpg"><img class="alignright" src="/img_cantieri/b_cantiere3.jpg"> 
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			<a href="javascript: void(0);" class="slideshow-next"><p class="slideshow-caption">1. Occhieppo inferiore, Biella, 16 novembre 2013. Si inizia a posare il graticciato di mattoni.</p><img width="694" height="521" src="http://www.pivaeb.it/ita/wp-content/uploads/2014/01/1_cantiere3.jpg" class="attachment-full" alt="1. Occhieppo inferiore, Biella, 16 novembre 2013. Si inizia a posare il graticciato di mattoni." /></a></div>
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			<a href="javascript: void(0);" class="slideshow-next"><p class="slideshow-caption">2. 02 dicembre 2013. I muratori hanno terminato la posa del graticciato, sullo sfondo Bielmonte.</p><img width="694" height="497" src="http://www.pivaeb.it/ita/wp-content/uploads/2014/01/2_cantiere3.jpg" class="attachment-full" alt="2. 02 dicembre 2013. I muratori hanno terminato la posa del graticciato, sullo sfondo Bielmonte." /></a></div>
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			<a href="javascript: void(0);" class="slideshow-next"><p class="slideshow-caption">3. 02 dicembre 2013. Finestra di mattoni. Dentro si discute se intonacare oppure no. Fa freddo!</p><img width="694" height="743" src="http://www.pivaeb.it/ita/wp-content/uploads/2014/01/3_cantiere3.jpg" class="attachment-full" alt="3. 02 dicembre 2013. Finestra di mattoni. Dentro si discute se intonacare oppure no. Fa freddo!" /></a></div>
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			<a href="javascript: void(0);" class="slideshow-next"><p class="slideshow-caption">4. 02 dicembre 2013. Salendo le scale, l'intradosso di legno del tetto ventilato.</p><img width="694" height="961" src="http://www.pivaeb.it/ita/wp-content/uploads/2014/01/4_cantiere3.jpg" class="attachment-full" alt="4. 02 dicembre 2013. Salendo le scale, l&#039;intradosso di legno del tetto ventilato." /></a></div>
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		<title>&#8220;Nevertheless there is this thing called architecture&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Dec 2013 11:12:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore_nicola]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[libri e testi]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/testi/img/t_odonnell.jpg">]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img src="/testi/img/copertina-odonnell.jpg" class="alignleft">Grazie al mio amico Antonello, una volta a Dublino ho incontrato Sheila e John. Era l’autunno del 1998. Dal quel momento, con intervalli regolari, abbiamo iniziato a conversare, con un vecchio registratore portatile, lo stesso che avevo usato con Gabetti &#038; Isola, attorno e dentro al loro mestiere di architetti e intellettuali. Nonostante il mio basic English abbiamo conversato della loro esperienza londinese con Jim Stirling, avvenuta negli anni Settanta, nel periodo della “scoperta” Aldo Rossi. Abbiamo conversato del loro interesse per una certa architettura degli anni Cinquanta e soprattutto del mestiere di architetto, di cantieri e parole, di relazioni complesse e spesso invisibili tra i disegni preliminari e costruzione. Un mestiere, quello di O’Donnell + Tuomey, praticato con puntigliosa coscienza storico-critica, senza regole né modelli precostituiti; un mestiere, il loro, praticato con l’intelligenza dell’immaginazione.<br />
Da quel momento cerco di guardare l’architettura italiana da una certa distanza e il mio lavoro si è nutrito di suggestioni inattese. Ho abitato con curiosità molte architetture di Sheila e John. In particolare ho sfiorato decine di volte il muro di mattoni della Scuola a Ranalagh e delle Residenze a Timberyard, ho trascorso molti pomeriggi all’Irish Film Centre a Temple Bar, sono entrato in Vessel a Venezia, la città della fantastica Favola di Hugo Pratt. Lì ho scoperto la loro stra-ordinaria sensibilità e insieme la lucidità di maneggiare e tentare di rispondere ai problemi della città storica, del paesaggio, della natura dei materiali da costruzione.<br />
Il libretto, costruito con amore da Antonello Vagge e da The Gulistan Press, contiene questo e molto altro.</p>
<p><a target="_blank" href="/testi/moretto.pdf">&rarr; download pdf</a></p>
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		<title>Rigenerezione area ospedale di Biella</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Dec 2013 11:01:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore_nicola]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[progetti]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/img_progetti/progetti_78.jpg">]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Prologo. Un tessuto di orti, di frutteti e di giardini per&#8230; dalle macerie del Monoblocco, un nuovo “monastero laico”.<br />
L&#8217;idea origina da una necessità urgente del mondo d&#8217;oggi: far ri-conciliare l&#8217;essere umano al suo ambiente, per favorire uno sviluppo locale auto-sostenibile. L&#8217;essere umano è il cittadino del mondo e l’abitante di Biella, l&#8217;ambiente è la “Terra nostra madre” e il lembo di paesaggio urbano che riguarda l&#8217;Ospedale degli Infermi. Per rigenerare in senso profondo e duraturo nel tempo quel pezzo di città è necessario aver coraggio di cambiare radicalmente la propria idea di “riordino urbanistico e di riconversione funzionale”.<a style="display:none;" id="ddetlink823976864" href="javascript:expand(document.getElementById('ddet823976864'))"><span style="color: #66cc33;"><strong>| + |</strong></span></a>
<div class="ddet_div" id="ddet823976864"><script language="JavaScript" type="text/javascript">expand(document.getElementById('ddet823976864'));expand(document.getElementById('ddetlink823976864'))</script></p>
<p>È necessario avere una visione che stia prima del progetto urbanistico-architettonico-impiantistico; che si nutra delle realtà visibili del luogo, fissate sia dalle analisi storiche, socio-economiche e urbanistiche del contesto, sia dalla puntigliosa immagine di Stefano Topuntoli, che descrive, da sinistra, le macerie dell&#8217;ex lanificio Rivetti, il terribile Monoblocco ospedaliero, la “grande bellezza” del sistema dei giardini, delle ville e dell&#8217;ex Monastero di San Gerolamo, la conca d&#8217;Oropa.<br />
Una visione che si alimenti di esperienze oggi invisibili, eppur presenti nell&#8217;antica veduta Bugella Civitas che rappresenta il Convento di San Pietro degli Agostiniani, nell&#8217;area del vecchio Ospedale. Una visione che si inveri attraverso nuove pratiche di sviluppo socio-economico, pratiche che si possono immaginare mediante meccanismi investigativi stra-ordinari e partecipativi, non calati dall&#8217;alto, connessi in qualche modo al nostro amore verso il territorio biellese e la nostra città.<br />
Per rigenerare il comparto ex Ospedale degli Infermi, è allora necessario fare un passo indietro e insieme prefigurare nuove e virtuose sinergie tra enti pubblici e soggetti privati. La nostra visione pre-vede la demolizione parziale del Monoblocco dell&#8217;Ospedale, totale degli altri padiglioni non tutelati dalla sovrintendenza. La creazione e la coltivazioni di orti urbani, di frutteti e di giardini, nuove piazze. Il restauro e la riconversione funzionale dei vecchi padiglioni ospedalieri secondo maniere e tecnologie  innovative. Il potenziamento del collegamento tra nuovo “monastero laico” &#8211; città storica &#8211; Parco Fluviale e Agricolo del Cervo, lo sviluppo di nuove mobilità metropolitane e interregionali. </p>
<p>Demolizione parziale del Monoblocco, totale degli altri padiglioni. Rinnovata maniera di abitare la terra, di riciclare il materiale, di valorizzare la vocazione industriale.<br />
La demolizione è un atto di violenza necessario. È un sacrificio perché l&#8217;immagine del Monoblocco è fissata nella memoria di alcuni cittadini. Necessario perché il Monoblocco dell&#8217;Ospedale non è l&#8217;Ospedale Niguarda Cà Granda di Milano (1939), né Le Molinette di Torino (1934), frutti d&#8217;eccellenza architettonica del periodo. L&#8217;Ospedale degli Infermi di Biella (1939) esprime al contrario un&#8217;architettura senza qualità e fuori scala rispetto a quel frammento di città.<br />
Uno “scatolone” che ha massacrato il paesaggio, fatto di fasce orizzontali, di equilibri sottili tra elementi naturali (il torrente Cervo, la campagna, il Piano, i cedri, gli abeti, i faggi, le palme) e fatti antropici (l&#8217;ex lanificio Rivetti, le sue ville con giardini, l&#8217;ex Monastero di San Gerolamo), che si stagliano nel “gran teatro montano” della conca di Oropa. Uno “scatolone” che inquina la veduta sulla pianura padana che si ammira dal ponte-acquedotto del Piazzo.<br />
Uno “scatolone” che impedisce ai vecchi padiglioni ospedalieri, posti a nord, di ricevere aria e luce, panorama e soleggiamento. Uno “scatolone” che per essere riempito di funzioni compatibili con la sua tipologia comporterebbe costi economici, di manutenzione ed energetici insostenibili, maggiori di eventuali benefici; comporterebbe una nuova e più terribile zona di città congestionata di auto, di smog e di attività inutili. A Biella, in particolare nel centro storico, le zone “tradizionali” per le residenze, per gli uffici e per il commercio soffrono di una crisi ormai strutturale. L’offerta è oggi maggiore della domanda; il prezzo di mercato, anomalo e basso, non consente acrobazie architettoniche, né energetiche; attività e servizi come la “città per bambini”, “show-rooms”, multiplex, “ristorantini ”, centri commerciali, nuovo parcheggio multipiano, magari avvolte da un involucro eco-chic, firmato da un archistar, dai costi insostenibili, costituirebbero l’abbrivio a un fallimento economico, sociale e ambientale.<br />
L&#8217;abbattimento parziale del Monoblocco, totale del padiglione Caraccio, del padiglione prefabbricato, del padiglione 77, invece, migliorerà il paesaggio  territoriale. Decongestionerà l&#8217;area dalle auto a dagli attuali accessi giornalieri. L&#8217;abbattimento costituirà un costo e un beneficio in termini di riuso e di riciclaggio del materiale demolito. Anticipando la normativa europea, il 70% del materiale demolito sarà riciclato in sito e utilizzato per la realizzazione del cantiere del nuovo progetto (infissi serra, pavimentazioni, muri), parte riusato nel comparto edile biellese. L&#8217;abbattimento sarà soprattutto un&#8217;occasione stra-ordinaria data alla città di ri-entrare nella sua storia. Non sarà dunque una rinuncia, ma un dare nel medio-lungo periodo; un guadagno in termini di introiti pubblici, di nuove politiche urbane e di valorizzazione della vocazione industriale biellese. Dell&#8217;abbattimento del Monoblocco rimarrà qualche rovina, che farà parte del nuovo progetto, che conterrà l&#8217;innovativo e privato Museo del tessile, con stanze per aziende “illustri” e “minori”, con spazi didattici e di ricerca, con belvedere sulla pianura e nuovo ristorante-bar che prepara cibi locali con ingredienti del “monastero laico”. Dalle macerie del Monoblocco sorgerà una rinnovata maniera di abitare la terra e di ridefinire formalmente, funzionalmente ed economicamente un lembo di città.</p>
<p>Creazione e coltivazione di orti, frutteti e giardini pubblici, nuove piazze. Cura dei luoghi, formazione, nuova socialità, manutenzione a costo zero.<br />
La superficie lasciata libera dalle demolizioni, previa bonifica e modellazione topografica, sarà in parte coltivata a orti, frutteti e giardini. Essi saranno ceduti all&#8217;Amministrazione comunale. Le specie e le varietà dovranno essere compatibili con le caratteristiche del suolo e con la migliore agroecologia locale. Gli orti e il frutteto saranno gestiti da un nuova Associazione, formata da agronomi locali e dagli abitanti del “monastero laico”, (giovani e anziani) che pagherà l&#8217;affitto all&#8217;Amministrazione e firmerà un codice etico che delineerà le linee guida di coltivazione, vendita e di coordinamento delle attività agricole. Gli orti, il frutteto e il giardino concorreranno alla vicinanza tra luoghi dell’abitare e del lavoro, al miglioramento del benessere e della salute dei cittadini; ridurranno nel tempo le spese della sanità pubblica; avranno una ricaduta economica (pubblica, affitti &#8211; privata, consumo e vendita) e occupazionale; svilupperanno processi educativi legati ai valori della cooperazione; rinnoveranno sensibilità intrecciate al rispetto dei luoghi. Gli orti e i frutteti saranno coltivati all&#8217;interno del perimetro lasciato libero dal Monoblocco dell&#8217;Ospedale, dal padiglione Caraccio, dal padiglione 77; avranno ricoveri attrezzi, servizi e serre-semenzaio riscaldate mediante l&#8217;uso di pompe di calore e sosterranno in maniera integrata i pannelli fotovoltaici pubblici; saranno progettate e costruite con materiali ecologici, riciclati e di recupero, provenienti dal  Biellese e dalla demolizione del Monoblocco. Gli orti, il frutteto e i giardini saranno autosufficienti, perché curati dai nuovi abitanti con la supervisione di un agronomo locale; verranno irrigati con l&#8217;acqua piovana raccolta in cisterne e proveniente dalle falde acquifere; costituiranno il tessuto connettivo pubblico tra i vecchi edifici dell&#8217;ex complesso ospedaliero, tra il “nuovo monastero laico” e il centro storico (Biella-Piazzo e Biella-Piano), tra il “nuovo incubatore” di idee e di socialità e la campagna del Parco Fluviale e Agricolo del Cervo. Tra gli orti e il frutteto sorgerà una nuova piazza pubblica: il “vuoto” terrà insieme la moltitudine di frammenti architettonici, naturali e funzionali, diventerà percorso e cavea-collina per gli spettacoli teatrali e cinematografici all&#8217;aperto, lucernario per gli spazi museali sottostanti. La nuova Piazza della Cultura concluderà il percorso pedonale-ciclabile Piazza Cisterna-Museo del Tessile. Dalla Piazza, attraverso una rampa che prosegue il percorso urbano, si accederà alla zona ipogea scavata nel bastione di via Cernaia che conterrà il nuovo mercato pubblico ortofrutticolo coperto con antistante nuova Piazza delle Erbe. Da lì nuovi collegamenti con il Parco Fluviale e Agricolo del Cervo e con il territorio biellese e interregionale. Lungo via Caraccio affiorerà un sistema privato di gradinate e negozi-vetrine per aziende eno-gastronomiche e tessili locali, luogo di mediazione tra città storica e orti urbani che produrrà affitti o ricavi. Le Piazze, gli orti, il frutteto e giardini pubblici saranno illuminati da luce a led, alimentata interamente dai pannelli fotovoltaici e da turbine idrauliche con presa dal torrente Cervo, con costi di manutenzione ed energetici quasi nulli per l&#8217;Amministrazione. </p>
<p>Il restauro e la riconversione funzionale dei vecchi padiglioni ospedalieri. Una nuova moltitudine di funzioni e di socialità, costi energetici quasi zero.                                                                                                                                                                                                                                        Il Vecchio Ospedale, i padiglioni Grupallo, Trossi e Cartotti, edifici vincolati dalla sovrintendenza, costituiranno le pre-esistente da riconvertire funzionalmente e da riqualificare secondo tecniche, tecnologie e prassi di restauro economiche e innovative, affidabili e sostenibili. A eccezione del Trossi e parte del Grupallo, i vecchi padiglioni saranno venduti direttamente a soggetti privati, dopo redazione e approvazione di un Piano attuativo particolare, e produrranno reddito (affitti e start-up) e ricavi economici (vendita alloggi e uffici) che si incrementeranno con l&#8217;abbattimento del Monoblocco. Le funzioni, molteplici e variegate, diverse da quelle del P.R.G. vigente, sono scelte secondo criteri di equità sociale (residenze per giovani e anziani soli ad affitto calmierato, residenze per coppie o famiglie a basso reddito, social-housing, residenze per famiglie a medio-alto reddito); di integrazione tra abitare e lavorare (lavoro autonomo, artigiani, terziario avanzato, giovani professionisti, artisti, associazioni, volontariato); di compatibilità con gli orti, con i frutteti e con i giardini (scuola materna sperimentale, scuola di agroecologia locale, vendita attrezzi, concimi, sedi del terzo settore; di sintonia con la vocazione del distretto laniero (laboratori e centri di ricerche qualificati connessi al riciclo di materiali provenienti dal settore laniero e ai tessuti innovativi, botteghe artigianali, sarte e sarti, lavorazione cuoio); di potenziamento culturale, (luoghi di incubazione di idee e conoscenze, sorta di hub, libreria-biblioteca multimediali). La riqualificazione e il restauro dei padiglioni, dal punto di vista progettuale, costruttivo ed energetico avverrà per opera dei privati con una miscela di vecchio e nuovo, di tecnologie affidabili, di materiali innovativi, quasi esclusivamente locali e di riciclo provenienti dal Monoblocco, ecologici ed energeticamente efficienti, secondo le indicazioni del Piano attuativo particolare. Alcune parti e lavorazioni interne saranno lasciate in-compiute, per favorire iniziative spontanee di start-up e per ridurre i costi iniziali. Gli edifici saranno quasi autosufficienti dal punto di vista energetico. Gli abitanti, infine, potranno usufruire del nuovo collegamento metropolitano e interregionale attraverso la nuova banchina-fermata sulla ferrovia Biella-Novara. </p>
<p>Il collegamento del nuovo “monastero laico” con il centro storico e il Parco Fluviale e Agricolo del Cervo. Nuova mobilità città-territorio.<br />
La rigenerazione dell&#8217;area dell&#8217;Ospedale dipende da sinergie pubblico-privato che riguardano il rinnovato assetto socio-economico e funzionale, svolte nel perimetro del bando di concorso, e insieme tocca aree e territori lontani e vicini; tocca la via Biella-Lago Maggiore-Svizzera, Biella-Ivrea-Francia, Valle di Oropa-pianura di Vercelli, Valle Cervo-Novarese; tocca soprattutto la connessione, attraverso un percorso ricco di situazioni urbane specifiche, tra Biella-Piazzo e il Parco Fluviale e Agricolo. Il “bastione” su via Cernaia potrebbe costituire l&#8217;origine sia di nuove funzioni compatibili con il nuovo mercato ortofrutticolo, in parte ipogeo, con vista panoramica sulla pianura e con la nuova Piazza delle Erbe, sia di nuovi collegamenti metropolitani e territoriali. Attraverso la nuova torre di legno, con finestre sul paesaggio, scale e ascensori, posta sui nuovi assi urbani, si potrebbe delineare un importante collegamento pedonale e ciclabile, continuare la coltivazioni degli orti, dei frutteti e di altre attività, per esempio ripristinare i vecchi mulini per produrre energia elettrica mediante turbine idrauliche. Tali fatti paesistici promuoverebbero la connessione con l&#8217;alveo del torrente Cervo, con le nuove attrezzature e servizi ricreativi-culturali connessi al Parco Fluviale e Agricolo. Queste nuove attività, utilizzando la nuova banchina-fermata sulla linea FS Biella-Novara, costituiranno il “ponte” fisico e ideale con gli ex lanifici Rivetti, con le Pettinature, con la macroregione Mi-To-Francia-Svizzera; nuova porta d&#8217;ingresso a una città sostenibile, attenta alla formazione e alla ricerca.<br />
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		<title>Abitare l&#8217;esistente</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Nov 2012 18:01:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore_nicola]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[libri e testi]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/testi/img/copertina-abitare.jpg">]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img src="/testi/img/t-copertina-abitare.jpg" class="alignleft"> <strong>Quarta di copertina</strong></p>
<p>“Ci piacerebbe che l’amore per il paesaggio marginale, per le figure architettoniche semplici, per il risparmio non solo energetico, comunichi il nostro impegno dentro la tradizione, lontano dagli slogans e dai manifesti teorici, distante dall’arte di inventare ogni giorno qualcosa di originale. Se potessimo guardare questi lavori con gli occhi del critico, li vedremmo come frammenti in-finiti e in di-venire. Qualcosa che potrebbe raggiungere, a poco a poco, la sua compiutezza”. Curiosità, continuità, dialogo tra entità inconciliabili e speranza sono i concetti e le parole presenti nella Postfazione.<br />
La speranza s’incontra anche nella scrittura coinvolgente e brillante della Presentazione di Aimaro Isola e visitando le quattro architetture di piva&#038;b (Cesare e Paolo Piva) raccolte in questo libro. Sono approdi architettonici di una lunga avventura famigliare e costruttiva iniziata negli anni Cinquanta, densa di case e palazzine, di ville e villini disseminati nel paesaggio dell’Alto Piemonte. Che cos’è il paesaggio per un architetto? Può essere svelato “scientificamente”? Il paesaggio è natura e opera umana, teatro dell’architettura e matrice di forme e idee. In questo libro rappresenta una segreta religione, definibile come qualcosa di misterioso, che “ama nascondersi”, che deve essere decifrato e modificato con conoscenze pratiche, con coscienza storica, ma soprattutto deve essere immaginato dallo spirito.<br />
Le case di “abitare l’esistente” sono il frutto di una moltitudine di incontri e collisioni, di saperi e prassi, con clienti e artigiani, amici e collaboratori. Esprimono la storia dell’anima di queste persone.</p>
<p><a target="_blank" href="/testi/abitare_esistente.pdf">&rarr; download pdf</a></p>
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		<title>Casa in pianura I</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Nov 2012 16:28:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore_nicola]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[progetti]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/img_progetti/progetti_69.jpg">]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Amare e tra-dire la propria terra. Dopo la redazione del Piano di edilizia convenzionata a San Clemente &#8211; zona pianeggiate, a sud del centro di Occhieppo inferiore, con vista sulle Alpi Pennine e sulla Serra morenica &#8211; ci siamo posti questa domanda. Come progettare una serie di case economiche e flessibili, vicine alle forme della tradizione piemontese come alle nuove esigenze abitative, senza poter dialogare con un cliente reale? <a style="display:none;" id="ddetlink722813738" href="javascript:expand(document.getElementById('ddet722813738'))"><span style="color: #66cc33;"><strong>| + |</strong></span></a>
<div class="ddet_div" id="ddet722813738"><script language="JavaScript" type="text/javascript">expand(document.getElementById('ddet722813738'));expand(document.getElementById('ddetlink722813738'))</script></p>
<p>Oggi la crisi economica e la moltitudine dei modi costruttivi si contraggono e si espandono così velocemente che risulta necessario dissipare le prassi consolidate e nel contempo evitare la retorica contemporanea della casa a costo energetico nullo. Per navigare “a vista” nel tempestoso mare edilizio, oggi è auspicabile avere buone e rapide idee, maturare una fluida immaginazione più che essere un timoniere-tecnico-ambientale sopraffino. In questo con-testo, per scovare idee e conoscenze abbiamo provato a decifrare liberamente alcuni frammenti di memoria del nostro passato e del nostro esistente: le case con altana e manto di copertura in coppi osservate nella bassa Valle Cervo; le vivide corrispondenze con la natura analizzate nella Casa Olano (1957) di José Antonio Coderch; l’asciutta domesticità delle case lombarde degli anni Sessanta sbirciata nei libri dimenticati di Carlo Perogalli; la luce sublime che ci ha inondati nel tetro Dome (1812) della Casa-Museo di John Soane; “a never-ending story”. Ossia frammenti in-finiti di case, di sensazioni e di abbagli che si sono stratificati misteriosamente nel tempo. Non sappiamo dipanarli e catalogarli come fanno gli archeologi, né conosciamo come e quanto abbiano nutrito la genesi del progetto. Sono remote suggestioni, insieme ad altre cadute nell’oblio, che hanno concorso (supponiamo) a prefigurare e simultaneamente a disegnare, a progettare e insieme a costruire una casa ideale che poi è diventata la casa di Alfredo Rondano. Una casa semplice, la sua casa, che si genera per sottrazione (con e) dentro la figura quadrata del tetto (14X14m), con l’altana nel centro (pozzo di luce zenitale e aerazione naturale per il soggiorno, lanterna per il paesaggio circostante). Una casa famigliare, la sua casa, costruita senza acrobazie formali, con mattoni e “cappotto” esterno, con infissi di pino lamellare a taglio termico e pietra di Luserna fiammata per soglie e davanzali, con lamiera di zinco per le gronde e i pluviali, shed per integrare i pannelli solari e fotovoltaici.<br />
 </div><br />
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		<title>Centro massaggi</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 16:13:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore_nicola]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[progetti]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/img_progetti/progetti_71.jpg">]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Benedetta e Pier Paolo (i clienti) sono massaggiatori e fisioterapisti. Dopo aver affittato uno spazio commerciale, dentro un “capannone” prefabbricato, con pianta rettangolare di 95 metri quadrati, due grosse vetrine e un locale servizi, ci chiedono di progettare tre studi privati per i massaggi, uno spazio semi-pubblico per gli esercizi fisici e brevi presentazioni, una zona per l’attesa, due spogliatoi. Soprattutto ci chiedono grande flessibilità nella distribuzione dei vani. <a style="display:none;" id="ddetlink2087047078" href="javascript:expand(document.getElementById('ddet2087047078'))"><span style="color: #66cc33;"><strong>| + |</strong></span></a>
<div class="ddet_div" id="ddet2087047078"><script language="JavaScript" type="text/javascript">expand(document.getElementById('ddet2087047078'));expand(document.getElementById('ddetlink2087047078'))</script></p>
<p>Ascoltiamo e, dopo qualche incontro interlocutorio, proponiamo forme e spazi semplici (infilata di stanze rettangolari che si aprono su un corridoio illuminato con la luce naturale), materiali poveri e riciclati (utilizzo di pannelli di legno, obs e mdf), pareti e porte scorrevoli (disegnati senza acrobazie tecnologiche e realizzati artigianalmente dalla falegnameria Gardiman). Nei nostri pensieri nessuna immagine emblematica, né teorie da ipostatizzare, qualche vago ricordo di due allestimenti per le mostre “Architettura/Idea” e “Architettura/Conoscenza” alla Triennale di Milano (1981), qualche parola estratta dalle stra-ordinarie relazioni di progetto.<br />
 </div><br />
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		<title>Canto all’indipendenza architettonica</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 18:39:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore_nicola]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[libri e testi]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/testi/img/t_moretto.jpg">]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img src="/testi/img/copertina_moretto.jpg" class="alignleft">Sono parecchi anni che voglio scrivere sull’indipendenza. L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Luca Moretto è l’occasione per affrontare questa parola sfuggevole e ricca di fraintendimenti. Siccome non sono filosofo, né storico della disciplina, ma architetto e critico di me stesso e degli altri, non farò un saggio, né un’analisi “scientifica”. Cercherò di orientare il lettore esprimendo i sentimenti più forti che questa bella architettura mi suscita dentro, misurandomi con uno stile di scrittura leggero. L’indipendenza in architettura non è dogma, né precetto, né princìpio. È una sensazione che può diventare pensiero attraverso l’atto dello scrivere e architettura attraverso il processo costruttivo. È un’attitudine culturale e morale inafferrabile che non può essere ipostatizzata in un paragrafo.</p>
<p>Ho provato il senso d’indipendenza quando Moretto mi ha descritto la genesi costruttiva della cupola tronco-conica dell’Istituto Zooprofilattico, sfiorando i muri lisci e sfrangiati della Bottega di Erasmo di Torino (1953-1956), leggendo<em> Una questione privata</em> di Beppe Fenoglio, ascoltando <em>Smisurata preghiera</em> di Fabrizio De André, sfogliando <em>L’occhio delle avanguardie per il Settecento</em> (2005-2009) di Andreina Griseri.</p>
<p>Prima di affrontare i disegni e le foto di cantiere, voglio toccare questa costruzione <em>sdraiata</em> sopra un lembo della pianura padana. Un viaggio con la famiglia a Firenze è il pre-testo per avvicinarmi a Lodi e all’edificio con più innocenza possibile. Parto da Biella con l’automobile e sull’autostrada Torino-Milano incontro la cupola di San Gaudenzio (1858-1864). Oggi è famosa più per la riproduzione domestica di Aldo Rossi, la sua caffettiera, che per la genialità costruttiva e intuitiva di Alessandro Antonelli. La genialità qui si intreccia con la volontà di tenere insieme i problemi tecnici-scientifici e la sensibilità poetica.<br />
Se Moretto non copia Antonelli, le sue Aule alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano (1998-2005), con la cupola tronco-conica, richiedono qualche momento di riflessione. Nel periodo in cui Torino si stava predisponendo ad accogliere le nuove architetture olimpiche (2006), atterrate come astronavi, pensate da architetti impregnati del cosiddetto <em>new International Style</em>, e la Facoltà di architettura dimenticava inconsciamente gli insegnamenti dei suoi maestri, Moretto progetta un edificio a pianta centrale, che si sviluppa attorno all’asse centrale, coronato da una grande cupola tronco-conica. “Essa &#8211; scrive nella relazione &#8211; è costituita da diversi gusci, quello interno spettacolare, è costruito con mattoni sovrapposti posati a sbalzo gli uni sugli altri, i quali si tengono per forma. L’edificio non ha facciata: è gioco mutevole di volumi nello spazio”<a name="_ednref1" href="#_edn1">[1]</a>. È evidente il tentativo di appartenere <em>criticamente</em> alla tradizione costruttiva che corre dall’oculo del Pantheon alle esperienze fantastiche e matematiche di Guarino Guarini, dal Mausoleo Bela Rosin<a name="_ednref2" href="#_edn2">[2]</a> alla leggerezza della cupola del Palazzo dei Congressi di Salamanca. Eppure nella ricerca <em>in-finita</em> di Moretto agisce l’intenzione di rompere le figure consolidate, di misurarsi con esperienze “minori”, di frantumare codici formali consueti, di polverizzare prassi costruttive desuete. Nella Aule a Orbassano tutto ciò avviene attraverso operazioni progettuali coraggiose, spesso estreme e ironiche. Operazioni che cercano di far dialogare la compattezza della figura-cupola e la dissoluzione planimetrica del complesso universitario, la luce diafana della hall e la quasi oscurità dei corridoi. Operazioni volte alla ricomposizione <em>parziale</em> dei lacerti scaturiti dal cortocircuito tra gli opposti. Ma in questo progetto della formazione, l’iter progettuale inizia quando ha trentuno anni, Moretto avrebbe potuto essere più estremo. Dico questo pur conoscendo le complessità e le difficoltà del progetto architettonico, pur conoscendo gli imprevisti e le inevitabili mediazioni della fase realizzativa, conoscendo l’amore dell’architetto verso ogni suo lavoro. Ma lì, io credo, Luca avrebbe potuto estremizzare il contrasto luce-buio e compattezza-frammentazione. Contrasto espresso per esempio in qualche chiesetta romanica sparsa nel Piemonte e nel progetto tra i più belli e sublimi di Moretto, il Collegio universitario Einaudi – San Paolo (2004-2005). Un progetto, che avevo scelto per la mostra<em> Paesaggi Piemontesi (biella 2008-new-york 2009)</em>, che fissa <em>meravigliosamente</em> l’oscillazione tra la pesantezza della struttura muraria esistente e la leggerezza della nuova struttura in ferro dei nuovi spazi fruibili all’aperto, da cui godere della vista della fontana-igloo di Mario Merz.  </p>
<p>Proseguendo nel viaggio verso Lodi incontro altre cupole, altri elementi conici di ferro e vetro. Incontro lucernai e cascate luminose, fantasmagoriche e costose, progettate dall’architetto che lavorava in Francia e poi è accolto come un imperatore dall’ex sindaco romano che ama il cinema. Anche lui come Moretto veste di nero. Ma Luca è nato a Torino (1967) e ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Svizzera (2001) con l’acuto e simpatico Jacques Gubler. Sa che la <em>creatività</em> dell’arte, in architettura, deve fondersi alla <em>ricerca paziente</em> su prassi costruttive robuste e su mestieri solidi. All’asciutta dolce-vita egli accosta scarponi con suola di vibram, spesso infangati, che gli consentono di muoversi con sicurezza nei cantieri. La nuova Fiera di Milano è oggi (forse è stata, se consideriamo la velocità odierna del tempo) l’emblema delle nuova architettura italiana. È ammirata e imitata da architetti “illustri” e “minori”. Ha ottenuto premi e pubblicazioni prestigiose. Eppure qualcosa di imprecisato mi lascia perplesso. Cosa manca a questa stra-ordinaria architettura? Non si sente il sentimento d’indipendenza.</p>
<p>Carlo, Giulio e Nico dormono. Non sono interessati al mio viaggio nello spazio e nel tempo, dalle Prealpi biellesi alla “piattezza” della pianura di Lodi, da Antonelli alla nascita (su radici malate) dell’Italia dei Quintino Sella e dei Carlo Cattaneo, dal ricordo di una passeggiata a Bagnolo con Aimaro Isola, parlando di partigiani e massacri nazisti, allo scritto <em>Intimismo, in questi ultimi dieci anni, dieci nuove opere di Giorgio Raineri</em> (Milano 1969), nel quale Roberto Gabetti cerca di declinare la sua idea di “piemontesità”. Ricordo questo saggio perché vorrei proporre un parallelismo. Vorrei accostare Raineri nato a Torino nel 1927 a Moretto nato lì quaranta anni dopo. Tra i due architetti sussistono differenze, non solo anagrafiche e legate al tempo storico. Luca ama scrivere e pubblicare, Raineri no. Il primo partecipa a convegni e dibattiti, il secondo no. Il primo ha rapporti con l’università, il secondo li ha sempre evitati. Raineri indossa giacche <em>seersucker</em>, inglesi e “stropicciate”, Moretto preferisce abiti scuri e attillati. Ma vi sono corrispondenze che toccano l’approccio progettuale, l’amore per il cantiere e per un certo paesaggio italiano “marginale”, il rifiuto meditato del già visto. Suppongo (non sono sicuro, bisognerebbe analizzarle con occhio più attento del mio) legami che riguardano l’interesse reciproco verso qualche architettura di Franco Albini. “La posizione di Raineri progettista valse ad accumularlo agli altri architetti piemontesi, impegnati nella revisione del linguaggio razionalista. ‘Se con una sola parola dovessimo fissare il carattere più originale del contributo della cultura torinese alla recente storia dell’architettura in Italia, dovremmo parlare qui di <em>indipendenza</em>, e non tanto nella particolare accezione di originalità, quanto piuttosto come qualità morale che fa coscienti di vivere in una cultura, in una storia: cultura e storia che si identificano per Torino in quelle della Mitteleuropea degli ultimi cento anni’: così Gregotti nel 1956 presentava le inquietudini dei giovani torinesi, accompagnando alcune prime opere di Giorgio Raineri, come ‘nuovo architetto torinese’: ove l’aggettivo nuovo, allusivamente rilkiano, illustra, con precisione e subito, una situazione nella situazione. Raineri, come Gabetti, Isola e come Gregotti, Meneghetti e Stoppino, parve volersi ricollegare attraverso la linea di Persico, all’<em>élite</em> sconsacrata di Burzio, alle posizioni di Gobetti, alle esperienze di Casorati giovane, prima della sua conversione classicista. È questo l’ambiente culturale dal quale egli ha portato indietro l’arricchimento delle poetiche postrazionaliste, partendo da notazioni su di un presente tecnico operativo di scarsa o di generica significazione, con l’intenzione di rendere significativo ogni elemento raccolto, sempre e soltanto nel contesto finale. Come gli altri architetti torinesi e novaresi, non è mai passato attraverso la trama di poetiche preesistenti”<a name="_ednref3" href="#_edn3">[3]</a>. Questo significato d’<em>indipendenza</em>, questa volontà ponderata di allontanarsi dal già fatto, questa ricerca inquietante di stare ostinatamente e lievemente distante dalla mera prassi costruttiva si trovano, plasmati dal tempo e dalle attitudini e dalla fortuna, in un altro edificio progettato da Luca Moretto: la Fondazioni Ottolenghi (1998-2006).<br />
L’immagine qui pubblicata fotografa il dialogo tra i due edifici di Orbassano, tra le due cupole. Fotografa soprattutto il rapporto con il paesaggio circostante, con le aule universitarie del San Luigi e con le colline torinesi. Se le relazioni con il paesaggio sono una ricorrenza positiva del suo lavoro, adesso vorrei esplorarne un’altra: l’uso reiterato della cupola. Il suo impiego, inteso come elemento funzionale e simultaneamente simbolico, non è certo una novità nel panorama architettonico antico e recente<a name="_ednref4" href="#_edn4">[4]</a>. Ma la bella cupola tronco-conica della Fondazione Ottolenghi, oltre a connettere due corpi edilizi ad andamento circolare, ad aver funzione di hall centrale e di anello di distribuzione dei flussi, oltre a contenere le scale e gli ascensori che spezzettano l’unità spaziale, è il cuore dell’edificio, luogo rappresentativo e d’incontro. Qui Moretto sembra misurarsi creativamente con il <em>decoro</em>, con la rappresentazione architettonica dell’atto costruttivo. Usa, per gli elementi strutturali della cupola, delle nervature radiali metalliche che conferiscono leggerezza all’insieme. Impiega, per gli elementi di chiusura, dei pannelli colorati che conferiscono amenità alla struttura. Si misura inoltre con la luce zenitale che si può modulare attraverso velari automatizzati. Il tema della luce, si sa, ha attraversato la storia dell’architettura. Alla Fondazione Ottolenghi è affrontato da Luca con sensibilità e razionalità, a me (a caccia di ricordi personali e collettivi, riferiti alle connessioni culturali, industriali e architettonici tra il Piemonte e l’Inghilterra, non di verità storiche) rimanda alla teatralità <em>fantastica</em> e <em>misurata</em> presente nel <em>Dome</em> del Soane’s Museum<a name="_ednref5" href="#_edn5">[5]</a>.  </p>
<p>L’indipendenza, si può adesso dire, non è amnesia. Non è riferita ad ansie provocate dalla volontà (ingenua) di scoprire la novità del giorno. L’indipendenza è <em>ricerca paziente</em> nella storia e nei mestieri che durante l’atto progettuale, attraverso l’oblio<a name="_ednref6" href="#_edn6">[6]</a>, può diventare <em>creazione</em>. L’indipendenza è un attitudine connessa alla capacità di dialogare con tutti gli attori del processo costruttivo. L’indipendenza è dunque vocazione all’ascolto: non sentirsi al vertice della torre, ma capacità di stare giù insieme agli altri e concorrere alla sua messa in forma. L’indipendenza non è isolamento. L’indipendenza è una dose della continuità, il suo elemento fondamentale (direbbe Kusturica). </p>
<p>Arrivo a Lodi e, dopo aver attraversato la tangenziale sud, entro nel Parco scientifico-tecnologico per la zootecnia e il settore agroalimentare. Lì si adagia l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale. Siamo nella <em>piatta</em> pianura padana e quando scendo dall’automobile per toccare il ferro-vetro del lucernaio, il mattone RDB del muro e la diorite dello “zoccolo” sento l’odore acre di maiale. Nessuna storia dell’architettura (a mia conoscenza) ha trattato questo aspetto dei luoghi. Si conosce, si dovrebbe conoscere, il significato e la funzione della via Emilia, il ruolo della pianura sud di Milano, il solco dei fiumi e dei canali, il valore delle rendite e degli affitti, la tipologia delle cascine e dei monasteri, il disegno della <em>centuriazione</em> romana. Eppure pochi si sono preoccupati di spiegare le emozioni che nascono dai sentori o dalle esperienze tattili di una visita a un luogo<a name="_ednref7" href="#_edn7">[7]</a>. Pochi hanno tentato di sovrapporre l’analisi “scientifica” dei luoghi ai sentimenti provocati dalla loro frequentazione<a name="_ednref8" href="#_edn8">[8]</a>. Quell’odore peculiare si trova solo lì. Se a Luca ha ricordato <em>L’Albero degli zoccoli</em> (1978) di Ermanno Olmi<a name="_ednref9" href="#_edn9">[9]</a> a me ha rammentato l’inizio (morte di Giuseppe Verdi) e la fine (sventolio di bandiere nella corte rurale) di <em>Novecento</em> (1976) di Bernardo Bertolucci, il più eclettico e melodrammatico, il più capace regista italiano in grado di coagulare tradizioni e “fuga in avanti”, demone autobiografico e metriche costruttive. Come il senso d’indipendenza rappresentato dai film abbia piegato il processo progettuale e l’atto critico resta cifra segreta. Ma qualcosa è rimasto e deve essere decifrato. Per questo provo a decriptare i disegni tecnici, gli acquerelli e il cantiere dell’edificio (frequentato da Moretto, essendo anche direttore dei lavori, almeno una volta ogni settimana).</p>
<p>Il disegno in pianta del piano terreno delinea un impianto a croce greca. Il perimetro e il suo orientamento provengono dalle esigenze di illuminazione e di aerazione naturale, garantiscono il massimo sfruttamento urbanistico del lotto, agevolano possibili ampliamenti della superficie utile lorda. Tutto ciò è spiegato nei disegni esecutivi e nella relazione di progetto pubblicata nelle pagine di questo libro. Ma vi è qualcos’altro. Qualcosa di sfuggevole che appartiene al lavoro di Moretto, che lui cela con grande scaltrezza e intelligenza (altra costante della cultura architettonica torinese dal dopoguerra). Ossia il tentativo di cogliere il sentimento dei luoghi, di rappresentarlo e soprattutto di <em>tradirlo</em>. Cosa intendo dire? Oltre a rispondere alle esigenze funzionali, distributive, economiche, di comfort, <em>and so on</em>, la pianta a croce greca conduce indietro nel tempo e nello spazio. Conduce ad altre e infinite e personali esperienze architettoniche lombarde. Conduce alla pianta di San Sebastiano di Leon Battista Alberti, la pianta che “prelude alle strutture a croce greca del Rinascimento”. Ora non so se Moretto sia rimasto suggestionato da questo esempio <em>monumentale</em> di architettura mantovana, forse è stato del tutto insignificante o addirittura assente durante l’atto progettuale, ma è importante (direbbe Michael Baxandall in <em>Patterns of Intention</em>, Yale 1985) per questa narrazione critica. La fotografia di Moretto qui pubblicata fissa l’inizio dei lavori dell’Istituto Zooprofilattico, l’albero, lo scavo e la nebbia lattiginosa (di ghirriana memoria), veicola il sentimento della pianura padana e del suo tradimento, ossia di andar oltre, di travisarne la lettera e poi di coglierne l’essenza. Quel sentimento-tradimento dei luoghi che costituiva l’indipendenza italiana dal cosiddetto Stile internazionale: si ricordi il racconto <em>stra-ordinario</em> di Aldo Rossi della nebbia dentro a San Andrea di Mantova; oppure la scapigliata Cooperativa Agricola (1957) di Giorgio Raineri, tutta di laterizio e insieme così “innovativa”; oppure lo <em>scomposto</em> Rifugio Pirovano (1948-1952) di Franco Albini, tutto di legno e di pietra e insieme così “anticonformista”, con quel taglio netto tra “basamento” e “piano nobile”. Tutto ciò è andato per sempre perduto? Sembrerebbe di sì. Ma se guardiamo alcune e “minori” esperienze architettoniche italiane recenti<a name="_ednref10" href="#_edn10">[10]</a> e l’Istituto Zooprofilattico di Luca Moretto sembra che qualcosa “bolla in pentola”, che vi sia una nuova e latente <em>misura</em> italiana dell’architettura.</p>
<p>Osservando gli acquerelli o le viste prospettiche, trovo che l’uso del mattone, nonostante non siano stati impiegati, per problemi di budget, pannelli in cotto realizzati con bassorilievi su disegno del progettista (che avrebbero ri-evocato, attualizzandolo, un tema caro all’architettura lombarda tra le due guerre, il rapporto architettura-scultura), abbia concorso al radicamento dell’edificio al paesaggio padano. Simultaneamente la frammentazione del perimetro murario, l’incrostazione delle pensiline-frangisole in ferro e vetro, l’uso delle fasce orizzontali di colori diversi, altre “magnifiche ossessioni” di Luca, abbiano concorso al suo straniamento. Trovo ancora che la messa in opera di lastre lucide in acciaio zincato, trattate a fasce orizzontali, con oblò e “sopraciglia”, sopra alle pareti opache di laterizio, conferisca varietà e “modernità” all’organismo architettonico e nel contempo tiri fuori dall’oblio l’immagine dei silos metallici delle architetture rurali padane. Trovo infine che l’uso del grande lucernaio di ferro e vetro, a forma di tronco di cono, inclinato e tagliato, “che per forma e posizione costituisce un invito – scrive Moretto nella relazione – all’ingresso nell’edificio, fuoco d’attenzione e fonte di luce zenitale”, testimoni il desiderio di appartenere al cosiddetto “spirito del tempo”, alle <em>élite</em> pubblicate nelle riviste specializzate. Ma testimonia anche, per questo suo voler alludere “all’oculare del microscopio”, di essere un pezzo di architettura che sta dentro alla sua storia (Luca direbbe che viene “estratto” dalla sua storia), che si misura in maniera insolita con l’architettura parlante degli architetti rivoluzionari dell’Ottocento come con i frammenti di architettura carceraria, raccontati lucidamente dallo storico inglese Robin Evans<a name="_ednref12" href="#_edn11">[11]</a>.</p>
<p>Questo lavoro di Luca Moretto (e degli attori che hanno concorso alla costruzione<a name="_ednref12" href="#_edn12">[12]</a>) si propone direttamente ad essere abitato, perché ogni azione progettuale e costruttiva è indirizzata alla concretezza, alla bellezza, alla meraviglia e al comfort di chi lo vive. Non ripete cose risapute. Non replica linearmente forme, prassi e materiali correnti. Non cerca la novità del giorno. Per questo è un’opera che tende all’indipendenza architettonica. Ma voglio fermarmi qui. In questo istante immagino Luca che sorride. Si diverte a vedere se un critico e un architetto ottuso come me sia riuscito ad avvicinarsi alla decifrazione del suo lavoro, quindi della sua <em>anima</em> e dei suoi <em>pensieri</em>. Potrebbe essere accaduto o non potrebbe accadere mai. </p>
<p><em>Cesare Piva </em></p>
<hr size="1" /><a name="_edn1" href="#_ednref1">[1]</a> Luca Moretto, <em>L’architettura della formazione</em>, Marsilio editori, Venezia 2006, p. 64.<br />
<a name="_edn2" href="#_ednref2">[2]</a> Con Roberto Gabetti, Aimaro Isola, Luciano Luciani, Maurizio Momo (consulenza restauro), Francesco Ossola, Giuseppe Pistoni (strutture), Moretto si occupa del restauro del Mausoleo torinese, voluto dalla famiglia della moglie morganatica di Vittorio Emanuele II, che si rifà al Pantheon romano dove furono collocate le spoglie del primo re d’Italia.<br />
<a name="_edn3" href="#_ednref3">[3]</a> Roberto Gabetti,<em> Intimismo, in questi ultimi dieci anni, dieci nuove opere di Giorgio Raineri</em>, in “Casabella”, n. 338, 1969.<br />
<a name="_edn4" href="#_ednref4">[4]</a>  Giulio Carlo Argan,<em> Il significato della cupola</em> (1977), in <em>Storia dell’arte come storia della città</em>, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 103-111.<br />
<a name="_edn5" href="#_ednref5">[5]</a> Cesare Piva, <em>John Soane. La problematica della frammentazione</em>, Aión edizioni, Firenze 2007.<br />
<a name="_edn6" href="#_ednref6">[6]</a> Segnalo questa definizione: “L’oblio è una dose di ricordo, il suo elemento fondamentale su cui anche nella storia si conta e con cui si gioca”, Emir Kusturica, <em>Dove sono in questa storia</em>, Giangiacomo Feltrinelli Editori, Milano 2011, p. 12. Nel libro del regista, vita-letteratura-cinema si intrecciano felicemente: è un racconto che sembra dialogare con la <em>Autobiografia scientifica</em> di Aldo Rossi.<br />
<a name="_edn7" href="#_ednref7">[7]</a> Cfr. Francesco Careri, <em>Walkscapes. Camminare come pratica estetica</em>, Giulio Einaudi editore, Torino 2006; Iñaki Ábalos, <em>Il buon abitare. Pensare le case della modernità</em>, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2009.<br />
<a name="_edn8" href="#_ednref8">[8]</a> Cfr. Cesare Piva, <em>Le colline Gabetti &#038; Isola</em>, con una nota di Andreina Griseri, Aión edizioni, Firenze 2011.<br />
<a name="_edn9" href="#_ednref9">[9]</a> Email di Luca Moretto a Cesare Piva, 09 aprile 2011.<br />
<a name="_edn10" href="#_ednref10">[10]</a> Luca Moretto, Si vedano alcune parti del lavoro di Giovanni Leoni, <em>Laboratorio Italia 2005</em>, in “d’architettura”, n. 27, 2005 e n. 29, 2006; Massimo Fagioli, a cura di, <em>Nuova architettura Italiana</em>, con saggi di Aimaro Isola e Daniele Vitale, Aión edizioni 2006; Franco Purini, <em>La misura italiana dell’architettura</em>, Editori Laterza, Roma-Bari 2008; Cesare Piva, a cura di, <em>Paesaggi Piemontesi. Gabetti &#038; Isola + Isolarchitetti + 9 architetture “minori”, biella 2008-newyork 2009</em>, Aión edizioni, Firenze 2008.<br />
<a name="_edn11" href="#_ednref11">[11]</a> Cfr. Robin Evans, <em>Translations from Drawing to Building and Other Essays</em>, Architectural Association, London 1997.<br />
<a name="_edn12" href="#_ednref12">[12]</a>  Moretto sa che l’architettura è il frutto di un lavoro collettivo e il ruolo dell’architetto ha il “peso di una farfalla”. Gli attori che hanno concorso alla messa in forma dell’edificio sono segnalati nell’anagrafica del volume. </p>
<p><strong><em> in Luca Moretto, L&#8217;indipendenza dell&#8217;architettura, Aión edizioni, Firenze 2011, pp. 5-15.<br />
ISBN 978-88-88149-79-0<br />
</em></strong></p>
<p><a target="_blank" href="/testi/odonnell.pdf">&rarr; download pdf</a></p>
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		<title>Casa in Pianura I</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 17:55:46 +0000</pubDate>
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			<a href="javascript: void(0);" class="slideshow-next"><p class="slideshow-caption">Occhieppo inferiore, Biella, 31 marzo 2011. Si inizia a scavare.</p><img width="694" height="521" src="http://www.pivaeb.it/ita/wp-content/uploads/2011/10/c2_1.jpg" class="attachment-full" alt="Occhieppo inferiore, Biella, 31 marzo 2011. Si inizia a scavare." /></a></div>
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			<a href="javascript: void(0);" class="slideshow-next"><p class="slideshow-caption">09 settembre 2011. I carpentieri armano il solaio, sullo sfondo le Alpi biellesi.</p><img width="694" height="521" src="http://www.pivaeb.it/ita/wp-content/uploads/2011/10/c2_2.jpg" class="attachment-full" alt="09 settembre 2011. I carpentieri armano il solaio, sullo sfondo le Alpi biellesi." /></a></div>
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			<a href="javascript: void(0);" class="slideshow-next"><p class="slideshow-caption">09 settembre 2011. Tra qualche giorno si getterà il calcestruzzo!</p><img width="694" height="516" src="http://www.pivaeb.it/ita/wp-content/uploads/2011/10/c2_3.jpg" class="attachment-full" alt="09 settembre 2011. Tra qualche giorno si getterà il calcestruzzo!" /></a></div>
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			<a href="javascript: void(0);" class="slideshow-next"><p class="slideshow-caption">27 settembre 2011. Si inzia a posare l'orditura primaria del tetto, sullo sfondo il Monte Mucrone, sull'asse di ripresa si intuisce l'abbaino e la frattura della “pantalera”.</p><img width="694" height="513" src="http://www.pivaeb.it/ita/wp-content/uploads/2011/10/c2_4.jpg" class="attachment-full" alt="27 settembre 2011. Si inzia a posare l&#039;orditura primaria del tetto, sullo sfondo il Monte Mucrone, sull&#039;asse di ripresa si intuisce l&#039;abbaino e la frattura della “pantalera”." /></a></div>
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			<a href="javascript: void(0);" class="slideshow-next"><p class="slideshow-caption">15. ottobre 2011. Hanno completato l'altana in graticciato di mattoni.</p><img width="694" height="521" src="http://www.pivaeb.it/ita/wp-content/uploads/2011/10/c2_5.jpg" class="attachment-full" alt="15. ottobre 2011. Hanno completato l&#039;altana in graticciato di mattoni." /></a></div>
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